Esperienze di didattica della Public History: Tric e Trac e Bar Nevada a Modena
INTRODUZIONE1
Il 31 maggio e il 7 giugno 2025 sono stati impostati due laboratori didattici da parte della Classe 2025 del Master in Public & Digital History per il patrimonio culturale dell’Università di Modena e Reggio Emilia2. Le attività sono state condotte rispettivamente presso il centro e laboratorio creativo di riuso Tric e Trac e al Bar Nevada nel centro urbano di Modena.
I due laboratori nascono all’interno di una ricerca di storia orale che si è sperimentata nel vivo della ricerca-azione: dapprima sul campo, poi orientandosi alla proposta di costruzione di un archivio digitale partecipato capace di restituire – attraverso le voci dei protagonisti – la complessità delle geografie sociali e culturali della città di Modena. Inseriti nell’ampio quadro metodologico e civico della Public History3, entrambi i percorsi indagano spazi quotidiani, luoghi di relazione e pratiche di cittadinanza attiva, rivelando come la memoria viva delle comunità possa diventare strumento di conoscenza, partecipazione e narrazione territoriale.
Benché differenti per funzione e collocazione urbana, il centro di riuso creativo Tric e Trac e il bar di prossimità Nevada condividono una struttura profonda: sono microcosmi comunitari, presidi informali in cui si intrecciano storie, biografie, gesti, competenze, confluenze generazionali e trasformazioni sociali. Entrambi producono, sebbene in forme diverse, un patrimonio immateriale ricco e stratificato, fatto di memorie individuali e collettive che la ricerca mira a raccogliere, valorizzare e mettere in dialogo.
Il Tric e Trac rappresenta un laboratorio di economia circolare e solidarietà, dove il riuso degli oggetti si traduce in educazione ambientale, empowerment delle persone, inclusione sociale e costruzione di reti volontarie. Le testimonianze raccolte restituiscono l’immagine di un ecosistema urbano che, attraverso il passaggio degli oggetti, mette in circolazione memorie, saperi manuali e visioni del mondo, configurandosi come un vero e proprio “archivio orale spontaneo”.
Il Bar Nevada si presenta, altrimenti, come una “piazza informale”: un luogo quotidiano in cui socialità, cultura e memoria si alimentano reciprocamente. La gestione familiare e l’apertura verso residenti, artisti, studenti e nuovi abitanti rendono il Nevada un osservatorio privilegiato dei processi di costruzione comunitaria nelle periferie urbane contemporanee. Qui la conversazione diventa pratica identitaria che fa emergere le singolarità legandole al contesto, mentre eventi culturali, attività educative e collaborazioni con le realtà associative trasformano il bar in un laboratorio diffuso di partecipazione civica.
Se accostati, i due luoghi offrono una doppia lente sul tessuto modenese: da un lato un centro di riuso capace di rivelare le potenzialità sociali degli oggetti e del lavoro condiviso; dall’altro un bar di quartiere che dimostra come gli spazi ordinari possano diventare luoghi di cultura, memoria e coesione. In entrambi i casi, la storia orale permette di riportare al centro le voci dei cittadini e di ricostruire le dinamiche relazionali che animano i luoghi.
La creazione di un archivio digitale partecipato connesso a queste ricerche non rappresenta solo un obiettivo tecnico, ma anche un atto politico e culturale; significa riconoscere valore alle voci della memoria quotidiana, restituire visibilità alle pratiche informali di cura del territorio e offrire alla comunità cittadina uno strumento aperto per interrogare, condividere e trasformare il proprio passato recente. In questa prospettiva, Tric e Trac e Bar Nevada diventano nodi di una stessa mappa; ossia una cartografia partecipata della città, costruita a partire da chi la vive, la attraversa e racconta. Essendo l’archivio ancora in fase di progettazione, tutti i riferimenti alle interviste e la documentazione visual faranno riferimento al Drive su cui la classe di Master condivide le fonti documentali generate nei due laboratori: foto, interviste (audio e video) e trascrizioni delle stesse. L’intenzione che parteciperemo insieme alla direzione del Master medesimo è di rendere fruibili suddette fonti a tutti con la costituzione dell’archivio vero e proprio, attraverso la piattaforma Lodovico4.
METODOLOGIA APPLICATA5
La metodologia di ricerca utilizzata dalla classe di Master all’interno dei due contesti è quella ormai consolidata della storia orale6. Quest’ultima è nata in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta in un contesto di forte mobilitazione sociale, culturale e politica e si è distinta fin dalle origini per un approccio metodologico radicalmente diverso rispetto alla storiografia accademica tradizionale.
Essa si presenta infatti come un metodo capace di riconoscere valore storiografico alle memorie individuali e collettive, ponendo al centro del lavoro dello storico la relazione tra intervistatore e intervistato e la riflessione critica sulle forme di produzione della fonte7.
Uno degli elementi metodologici più rilevanti riguarda il ruolo del ricercatore. La storia orale nasce dalla consapevolezza dell’impossibilità di tale distacco. Il ricercatore è parte del processo conoscitivo: la sua partecipazione viene vista non come interferenza, ma come strumento per comprendere più profondamente il contesto studiato. Ciò si traduce nell’adozione di pratiche derivate dall’antropologia, come l’osservazione partecipante, attraverso cui lo storico entra in relazione diretta con la comunità indagata e costruisce con essa un rapporto di fiducia.
In questo quadro, la fonte orale non è considerata un documento preesistente, bensì un prodotto che nasce dall’interazione tra le parti. L’intervista, lungi dall’essere un semplice prelievo di informazioni, diventa un dispositivo narrativo e sociale; il suo contenuto dipende dalle domande poste, dalla percezione che l’intervistato ha del ricercatore e, viceversa, dal contesto condiviso e dalla memoria individuale e collettiva a cui il narratore attinge. La produzione della fonte non è mai neutrale, perché tanto l’intervistatore quanto l’intervistato intervengono nella costruzione del racconto, selezionando, organizzando e interpretando gli eventi che vengono narrati.
Accanto agli aspetti teorici, la storia orale comporta anche scelte tecniche e pratiche specifiche. Le registrazioni audio e video costituiscono strumenti fondamentali per documentare non solo le parole, ma anche i silenzi, le pause, i gesti e le intonazioni dell’intervistato, elementi che la trascrizione non può restituire integralmente.
In questa ricerca si sono svolte interviste faccia a faccia tra gli studenti del Master e le persone incontrate al Tric e Trac e al bar Nevada. Ogni intervista è stata registrata e trascritta8. Alcune interviste sono state anche riprese e i conseguenti video sono stati montati con l’integrazione di sottotitoli. Autore di questi video è Simone Vitolo9, parte del Collettivo che ha steso questo saggio, ma il solo ad aver utilizzato il mezzo audiovisivo, pertanto ci è parso utile farlo parlare in prima persona.
“Ho deciso di utilizzare il mezzo audiovisivo perché, a mio parere, rispetto ad altri formati, permette di restituire appieno la complessità e la ricchezza di un’intervista. Le immagini non si limitano ad accompagnare le parole, ma le amplificano, aggiungendo strati di significato che il solo testo o l’audio non possono trasmettere. Nel volto degli intervistati, nei loro gesti più piccoli o nel modo in cui cambiano postura, si manifesta una vasta gamma di emozioni che spesso possono sfuggire al solo ascolto.
Gli sguardi, i sorrisi trattenuti, le pause colme di pensieri o di esitazione, le fiammate improvvise di entusiasmo, sono tutti aspetti impossibili da riportare alla perfezione con la sola registrazione audio. Aspetti prettamente visivi come un sopracciglio sollevato, una smorfia di dubbio o anche uno sguardo che si abbassa possono trovare il loro vero valore solo se immortalate da una videocamera, rendendo in modo più veritiero la registrazione.
Inoltre, la presenza della videocamera introduce delle dinamiche particolari nel rapporto fra intervistatore e intervistato. L’oggetto può generare tensione, spingendo chi racconta a riflettere con più attenzione prima di parlare, oppure a esporsi con una maggiore sincerità data la rilevanza del momento. Questa rilevanza deriva proprio dalla presenza visibile e sempre presente della videocamera, mentre il registratore audio viene nascosto e dimenticato dopo pochi minuti.
Come già accennato, lo strumento video ha il grande merito di porre il futuro ascoltatore maggiormente vicino all’intervistato grazie alla possibilità di vedere il volto di chi sta parlando e non soltanto una voce senza faccia. In più, il futuro spettatore avrà anche la possibilità di entrare nello spazio dell’intervistato riuscendo a vedere lo sfondo e ciò che circonda l’intervistato e dai filmati correlati che presentano la location in generale.
Tutti questi elementi concorrono a restituire un ritratto più completo e sincero della persona che si racconta, permettendo di vedere non solo cosa dice, ma anche come lo vive. Per valorizzare questa autenticità, ho scelto un approccio visivo essenziale: riprese semplici, senza movimenti o effetti speciali che rischierebbero di distrarre dall’essenza del racconto.
Per quanto riguarda il momento dell’editing, ho eliminato solo i silenzi troppo prolungati, i rumori di fondo più invadenti o le interruzioni che avrebbero potuto distrarre dallo svolgimento del racconto. Ho anche tagliato quelle parti in cui la conversazione si allontanava eccessivamente dal tema principale, oppure in cui intervenivano elementi esterni che rompevano il flusso narrativo. Ogni scelta di montaggio è stata fatta con attenzione, cercando sempre di rispettare il ritmo della conversazione e l’autenticità delle risposte, perché credo che il senso profondo di un’intervista risieda proprio nella sua immediatezza. Ho riflettuto molto anche sull’importanza dei silenzi. Alcuni li ho lasciati volutamente, perché fanno parte integrante della comunicazione. Un momento di silenzio può esprimere riflessione, emozione, incertezza, e spesso dice molto più di una risposta affrettata.
Ho cercato, dunque, di bilanciare la fluidità del video con la necessità di rispettare questi momenti di sospensione, che rappresentano i punti di contatto più intimi tra chi racconta e chi ascolta. Per quanto riguarda l’audio, ho lavorato per rendere le voci sempre chiare e ben riconoscibili, eliminando i rumori di fondo più fastidiosi e regolando i volumi per evitare sbalzi che potessero disturbare la visione.
In definitiva, credo che il linguaggio audiovisivo sia una forma di ascolto profondo: non serve solo a documentare, ma a valorizzare ogni esperienza personale, a restituirle dignità e visibilità. Attraverso il video, ogni storia diventa non solo “degna di essere ascoltata”, ma anche degna di essere vista, riconosciuta, accolta nella sua interezza. Per me, questa è la vera forza del mezzo: la capacità di creare un ponte tra chi racconta e chi guarda, rendendo ogni incontro un momento di autentica condivisione e comprensione.”
In conclusione, l’adozione della metodologia della storia orale da parte della classe del Master ha permesso di valorizzare in modo pieno la densità umana e relazionale delle esperienze raccolte nei due contesti indagati. L’intreccio fra dimensione teorica, attenzione al rapporto intervistatore-intervistato e cura degli aspetti tecnici della registrazione ha reso possibile una restituzione che non si limita alla raccolta di informazioni, ma che documenta la complessità dei vissuti, delle emozioni e delle posture corporee che accompagnano ogni narrazione. L’uso del linguaggio audiovisivo, in particolare, ha amplificato la capacità del metodo orale di cogliere sfumature altrimenti destinate a perdersi: silenzi, esitazioni, gesti e sguardi che costituiscono parte integrante del senso profondo delle testimonianze. Il lavoro svolto evidenzia come la storia orale, soprattutto quando integrata con strumenti video, non sia soltanto un metodo di ricerca, ma un vero e proprio dispositivo di ascolto responsabile, capace di restituire visibilità e dignità alle storie individuali e collettive e di costruire un ponte significativo tra chi racconta e chi, nel tempo, continuerà ad ascoltare.
IL TRIC E TRAC A MODENA: INTRODUZIONE E CONTESTO10
Il Tric e Trac è un centro e laboratorio di riciclaggio e riuso creativo situato a Modena che si avvia a compiere il ventesimo anno di età e costituisce un progetto civico-urbano animato da una rete stratificata di volontari, cittadini e operatori che condividono l’obiettivo comune di dare nuova vita agli oggetti dismessi, offrendo al contempo un servizio sociale al territorio.
Si colloca a Modena nel quartiere adiacente all’Isola Ecologica Leonardo, in via Nobili 380/a ed è parte della trama residenziale e produttiva del Quartiere 4 (Villaggio Giardino – San Faustino). Questa zona, caratterizzata da edilizia residenziale e spazi pubblici, è parte di una comunità attiva che promuove iniziative di sostenibilità, partecipazione sociale e coesione territoriale. Il progetto si integra con dinamiche pubbliche e cittadine più ampie, con il coinvolgimento attivo dei residenti e il sostegno istituzionale del Comune di Modena e del Quartiere 411.
Promosso dall’associazione Onlus “Insieme in Quartiere per la Città”, Tric e Trac rappresenta un laboratorio di riciclaggio e riuso creativo con finalità ambientali e sociali. Le principali funzioni includono:
- centro di raccolta di materiali e oggetti ancora utili, provenienti da privati cittadini (elettrodomestici, vestiario, mobili, libri, biciclette, ...);
- laboratorio ed emporio, dove questi oggetti vengono scambiati, acquistati con offerta libera o riutilizzati;
- luogo aperto per progetti manuali, dove chiunque può sperimentare idee e tecniche creative attorno al riuso;
- promozione culturale tramite iniziative su riuso, riduzione dei rifiuti e sostenibilità;
- supporto didattico per le scuole, integrando percorsi educativi sul consumo consapevole.
Attraverso le interviste raccolte, si delinea una geografia umana e simbolica densa di storie, relazioni, esperienze personali, oggetti e vite che si intrecciano.
I LUOGHI DEL TRIC E TRAC12
Il centro si articola in diverse aree, ognuna con una funzione specifica e con persone che ne garantiscono il buon funzionamento. All’ingresso si trova lo spazio d’accoglienza, dove gli utenti portano gli oggetti da donare: qui i materiali vengono esaminati, valutati e selezionati, un compito svolto soprattutto dai volontari, tra cui spicca, oggi, per la sua presenza costante Manola13.
Accanto a questa zona operativa c’è l’area amministrativa, il cuore gestionale del centro. Qui si tengono la contabilità, le registrazioni e i rapporti con enti e comunità del territorio. A coordinare queste attività è Sandra, figura di riferimento per tutta la parte organizzativa.
Gli oggetti che possono avere una seconda vita vengono invece destinati al Bazar, un grande tendone allestito come spazio vendita. È qui che gli articoli recuperati tornano utili ad altre persone, grazie soprattutto al lavoro di Giovanna, operatrice dipendente responsabile della cassa e del presidio dell’area.
Gli articoli non immediatamente esposti vengono ordinati e accumulati nell’area di stoccaggio, dove Rosario, operatore dipendente, gestisce la logistica e si occupa anche dei ritiri a domicilio, garantendo un flusso costante e organizzato dei materiali.
All’interno del centro trova posto anche l’Officina di comunità, uno spazio attrezzato per permettere alle persone di riparare in autonomia i propri oggetti o imparare a farlo grazie ai corsi dedicati, come quelli di ciclofficina o di sartoria. È un ambiente che promuove riuso, competenze e socialità.
Infine, il centro si appoggia anche a punti di conferimento esterni, come i contenitori dell’Humana. Qui vengono raccolti principalmente indumenti che non possono essere riutilizzati per la vendita interna, ma che vengono comunque avviati ad altri circuiti di solidarietà, evitando sprechi e mantenendo attiva la rete di supporto.
Le attività principali del TRIC E TRAC14
Raccolta, scambio e vendita
Ogni mattina, dal lunedì al sabato i cittadini possono portare oggetti usati oppure acquistarne altri tramite donazione o offerta. I proventi finanziano iniziative sociali e rafforzano l’operatività dell’associazione.
Officina di comunità
Lanciata a gennaio 2021, T-Riparo è un’officina condivisa in cui i partecipanti, guidati da volontari o tecnici, riparano gli oggetti acquisiti (elettrodomestici, mobili, biciclette, abiti…) mettendo in comune le proprie competenze15. Ispirato al modello dei "Repair Café", lo spazio implica una forte componente educativa e di empowerment individuale. Tra 2020 e 2021 ha offerto corsi base di ciclomeccanica, falegnameria, decorazione mobili e serigrafia, coinvolgendo volontari e persone fragili.
Nel dicembre 2023 il progetto “Ripariamo insieme” ha ricevuto il premio "#abbiamonelcuore" da Gruppo Hera e Comune di Modena, con lo scopo di rilanciare T-Riparo e promuovere ulteriormente il riuso creativo.
Mercatino del riuso
Ogni primo sabato del mese, in Piazza Guido Rossa, Tric e Trac organizza un mercatino itinerante con oltre 80 espositori che vendono abbigliamento, oggettistica, libri, giocattoli e altro, arricchito da laboratori e animazioni. L’iniziativa sottolinea l’impegno dell’associazione nel promuovere la "cultura del riuso" e combattere lo spreco16.
MAPPATURA SPAZIALE: STRUTTURA E FUNZIONI17
| Spazio fisico/area | Funzione | Pratiche | Oggetti/materiali |
|---|---|---|---|
| Sede centrale (via Nobili 380/a, Quartiere 4) | Cuore del progetto; centro operativo e punto d’incontro | Raccolta, scambio e vendita di oggetti, accoglienza utenti | Mobili, libri, vestiti, elettrodomestici, biciclette |
| T-Riparo – Officina di comunità | Laboratorio condiviso di riparazione | Corsi, interventi tecnici, auto-riparazioni guidate dai volontari | Attrezzi, bici, mobili, abiti, elettrodomestici |
| Piazza Guido Rossa (1° sabato del mese) | Mercatino del riuso | Compravendita informale, socialità | Stand, oggetti usati, libri, vestiti, giocattoli |
Mappatura dei soggetti coinvolti: descrizione e relazione
| Soggetti | Descrizione | Relazione |
|---|---|---|
| Volontari | Persone del quartiere o simpatizzanti, con competenze tecniche o creative | Collaborano tra loro, con i tecnici e con gli utenti. |
| Utenti/cittadini | Persone che portano o prendono oggetti, partecipano ai laboratori | Alcuni sono abituali, altri fragili o ai margini; si relazionano con i volontari in modo orizzontale. In questa fase i soggetti fragili entrano attivamente a fare parte della squadra di lavoro, seppure per un tempo limitato, così come accade agli studenti PCTO coinvolti nel progetto. |
| Tecnici/Formatori | Specialisti di falegnameria, ciclomeccanica, sartoria, ecc. | Offrono corsi o assistono nei lavori |
| Onlus “Insieme in Quartiere per la Città” | Associazione promotrice del progetto | Fa da regia tra attività operative e rapporti con il Comune e le fondazioni |
| Comune di Modena / Quartiere 4 | Partner istituzionale | Fornisce sostegno al progetto |
| Fondazione Modena / Gruppo Hera | Sostenitori economici | Rafforzano la legittimità e visibilità del progetto |
Dettaglio degli ambiti
| Amministrazione e contabilità | Accoglienza e selezione oggetti | Animazione culturale e territoriale | Memoria e innovazione sociale |
|---|---|---|---|
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GLI INCONTRI/INTERVISTE: COLLABORATORI/COLLABORATRICI, VOLONTARI/E, DONATORI, ACQUIRENTI18
Dalle interviste svolte le persone che attraversano il Tric e Trac presentano un profilo biografico differenziato; ciò che le accomuna è un legame profondo con gli oggetti e le loro storie. Qui di seguito la loro presentazione19.
Sandra
Responsabile dell’amministrazione, contabilità, descrive un lavoro costante di registrazione, inventario e gestione della merce in entrata e in uscita.
Manola
Volontaria da oltre vent’anni, rappresenta la soglia del Tric e Trac: accoglie e si relaziona in modo diretto con i cittadini, filtra, valuta lo stato degli oggetti e decide se possono avere una seconda vita oppure no. Il suo sguardo è attento, selettivo ma anche profondamente etico: “non si può dare all’Africa una cosa sporca”20. È legata in particolare alla destinazione degli oggetti verso il carcere minorile e altre comunità. Il suo impegno è esigente e pieno di passione.
Agrippino
Detto Pino, è un volontario che ripara dispositivi elettrici ed elettronici. La sua narrazione è segnata da difficoltà collegate allo status familiare, alla precarietà abitativa e lavorativa. Nel Tric e Trac ha trovato uno scopo sociale e la possibilità di sentirsi universalmente utile, sviluppando un profondo senso di appartenenza a questo microcosmo.
Rosario
Dipendente di una cooperativa che collabora con il centro, gestisce i ritiri per conto di Hera. Si occupa di selezione, trasporto e smaltimento. Il suo sguardo tecnico si accompagna a una passione dichiarata: è “malato di oggetti”21 e crede nella possibilità di salvare ciò che viene considerato scarto. Le damigiane “soffiate” che lui acquisisce e tutela dentro il Tric e Trac (cfr. paragrafi successivi) ne sono un esempio: vetri antichi che diventano bellezza, arredamento, memoria.
Giovanna
Uno/a dei/delle tre collaboratori/collaboratrici dipendenti dell’Associazione, opera nel Bazar con il ruolo di addetta alla cassa. Durante la nostra intervista prosegue con naturalezza il suo lavoro che consiste nell’interagire con gli acquirenti, un ruolo molto delicato sia per la multiculturalità delle persone che spesso complica la comunicazione, sia perché spesso gli acquirenti sono persone di basso reddito e, sebbene i prezzi degli oggetti siano molto contenuti, amano negoziare. Talvolta sono accaduti anche episodi di furto. Nonostante le difficoltà, Giovanna resta convinta dell’importanza e della bellezza di imparare a rapportarsi con le diversità delle persone.
Professore M.
Utente, ha portato al Tric e Trac una vetrinetta da bagno e una cornice con neon appartenute alla madre centenaria, recentemente deceduta. Il suo racconto è poetico, filosofico, profondamente personale: “accumulando finisce che sei posseduto”22. Ex docente, afferma che ristrutturare e donare sia terapeutico e celebra il Tric e Trac come uno spazio creativo, educativo, quasi spirituale.
IMPATTO SOCIALE E AMBIENTALE23
Tric e Trac è un progetto multidimensionale radicato nel territorio modenese con un doppio impatto: ambientale, grazie alla riduzione dei rifiuti e alla promozione del riuso, e sociale, attraverso laboratori, corsi e momenti di condivisione. Situato nel cuore di un quartiere urbano vivo e supportato da una rete di soggetti pubblici, privati e cittadini, promuove una modalità di consumo etica e consapevole, favorita dall’innovazione sociale e dal protagonismo civico.
Di seguito alcuni dei temi principali emersi dalle interviste:
- Il valore dell’oggetto usato: ogni oggetto ha una storia, una funzione da recuperare. Al Tric e Trac non si conferiscono solo oggetti ma relazioni, memorie, gesti di fiducia.
- La circolazione degli oggetti come forma di giustizia sociale: oggetti che sarebbero scarto diventano accessibili a prezzi bassissimi o vengono donati a comunità vulnerabili, come quella del carcere minorile di Cognento. La logica è quella del riuso come redistribuzione partecipata e solidale.
- La narrazione come memoria condivisa: il Tric e Trac, con i suoi spazi e le persone che lo popolano, si configura come un archivio orale ricco di testimonianze. Le persone raccontano e si raccontano. Come nel caso del “Professore” o di Rosario, gli oggetti diventano strumenti per trasmettere visioni del mondo.
- Tric e Trac come un ecosistema di relazioni, pratiche e significati. È un luogo di economia circolare ma anche di ecologia delle emozioni. Qui si lavora, si parla, si dona e si riceve. E ogni oggetto, per quanto banale, sembra racchiudere una storia, un gesto di cura, un’altra possibilità.
- Inclusione, recupero educativo: esperienze di lavoro di ragazzi con svantaggio sociale.
Tric e Trac si fonda sull’idea che oggetti “buoni” non debbano finire in discarica, favorendo una "seconda vita" di beni materiali e promuovendo una cultura sostenibile. Con attività condivise come T-Riparo e il mercatino mensile, genera coesione sociale, confronto generazionale e capacità manuali, contribuendo a costruire un ambiente sociale inclusivo e pratico.
Il coinvolgimento del Comune, del Quartiere 4 e di enti come Fondazione Modena e Gruppo Hera riflette la sinergia tra sociale e istituzionale. L’esperienza rappresenta un esempio efficace di economia circolare e cittadinanza attiva.
Intervista a Sandra24
Dall’intervista emerge con chiarezza che il tema centrale è la sopravvivenza dell’iniziativa, un progetto che non nasce per generare profitto, ma per mantenere vivo un luogo diventato ormai un punto di riferimento sociale. Lo spiega Sandra: “Per noi è un'attività non per lucrare, per guadagnare, ma è un'attività proprio per animare questo mercatino perché in effetti è diventato un punto di incontro”25.
Molte persone della zona, racconta, il sabato scendono a piedi per fare due chiacchiere: “C'è molta gente che abita nelle vicinanze che al sabato viene giù a piedi, insomma, viene lì a fare quattro chiacchiere, si incontra con gli amici, con noi, eccetera”. Il mercato, dunque, non è solo spazio di scambio materiale, ma anche luogo di relazione.
La collaboratrice difende con convinzione questo ruolo sociale del Tric e Trac. Sandra sottolinea che: “l'intento non è quello di fare guadagnare il centro di riuso, ma è quello proprio di rimettere in movimento le cose”.
Accanto all’attività quotidiana, vengono organizzati eventi e iniziative culturali che ampliano la funzione del mercato. Sandra racconta: “Organizziamo degli incontri dedicati alla cultura contadina perché il dialetto è collegato alla cultura contadina ovviamente e poi anche ai vecchi mestieri portando là degli oggetti, delle tratte oppure avvalendoci di un altro signore che ha un museo privato”. Si sperimentano anche forme di animazione originali, come una tombola giocata non con i numeri, ma con le parole, per valorizzare identità e linguaggi locali.
L’impegno con i più giovani è un altro aspetto importante dell’iniziativa, rispetto al quale è in programma un incontro di educazione stradale per i ragazzi delle scuole medie. Infatti, Sandra specifica: “Durante le feste di animazione per l'estate faremo per i ragazzini delle scuole medie, cioè quelli che diciamo cominciano ad andare in bicicletta da soli, faremo una lezione di educazione stradale con i vigili urbani, anche qui il Comune, appena glielo abbiamo proposto, ha detto subito di sì”.
Infine, il centro mantiene anche una funzione sociale più delicata: la scuola Corni26 invia alcuni ragazzi sospesi dalle lezioni, non per uno stage formale, ma per permettere loro di riparare impegnandosi in attività utili in un contesto accogliente. Un ulteriore segno di come il mercato e i suoi animatori si siano trasformati in un presidio educativo e comunitario per il territorio.
Intervista a Rosario27
Rosario, dipendente di una cooperativa, gestisce la logistica dei ritiri ma coltiva anche una passione estetica per gli oggetti, restituendo loro un valore simbolico oltre che materiale. Rosario è esperto ed ha un occhio molto affinato per gli oggetti come si può denotare da questo estratto:
“Il mio nome è Rosario e dicevo prima che c'erano delle damigiane che vengono utilizzate per vari scopi, a volte vengono messe per esempio nel giardino con delle luce all'interno e la differenza tra le due damigiane per esempio tra quella soffiata e quella stampata è evidente dal… [scopre le damigiane] sembra… si… eccolo qua... c’è una riga qua sono stampate quindi sono state messe all'interno di uno stampo che viene soffiato il vetro ma è lo stampo che dà la forma, questa invece è soffiata a mano cioè a bocca e la forma di questa… questa viene tagliata proprio durante la soffiatura, viene tagliato in maniera artigianale, cioè manuale e quindi vedi la differenza, questa è una forma molto più specifica questa è proprio una goccia perché il vetro viene soffiato col tubo e quindi viene lasciato, queste sono più ricercate se vuoi perché sono più originali, più artigianali e quindi hanno una richiesta maggiore però molta gente le butta via come se fossero del vetro ormai… inutilizzabile però una volta pulita e una volta lucidate sono oggetto di arredo alle volte sia nei giardini ma anche all'interno di case. (…) Questa differenza tu la impari con l’esperienza cioè stanno accanto a delle persone che hanno più anni di te all'interno di questo attività perché magari fanno dei mercatini perché magari sono loro degli accumulatori seriali come si suol dire, ma amano anche loro questi tipi di oggetti quindi hanno imparato qualcuno facendo dei corsi qualcun altro facendo esperienza accanto a delle persone più… con più conoscenze e quindi io adorando questi particolari memorizzo mentre magari non memorizzo altre cose più importanti però questi mi piacciono e cerco di memorizzare quindi questa è bellissima questa cosa qui, ti facevo vedere appunto la differenza…”28.
Le differenze descritte possono essere visionate nelle foto sottostanti.
RIFLESSIONI A MARGINE DELLE INTERVISTE REALIZZATE AL TRIC E TRAC29
Al di là delle singole trascrizioni, è opportuno cogliere alcune suggestioni derivanti dalle parole delle persone coinvolte nelle interviste che restituiscono il senso dell’esperienza.
I volontari sono apparsi tutti molto legati e consapevoli degli scopi associativi e dei valori che sottendono all'attività di Tric e Trac. Da subito hanno testimoniato apprensione per la possibilità che l'attività associativa possa non avere un futuro, un seguito e un supporto sia economico che di attività di persone capaci di portare avanti quanto costruito nei 20 anni di vita precedenti dell'associazione. La volontaria Sandra testimonia, al di là dell'attività quotidiana che la riguarda, la propria preoccupazione rispetto alla continuità dell'associazione. Sandra si occupa infatti della contabilità e, probabilmente, ha un occhio allenato ai numeri che la tengono in piedi, d’altra parte immediatamente ci tiene a rimarcare che il senso profondo dell'associazione non è legato a finalità economiche, bensì a fungere da collante sociale e incontro tra cittadini, luogo e tema del riciclo di oggetti che hanno avuto una loro storia e che qui ne trovano altre nelle mani di nuove persone, con nuove necessità. Lo spirito profondo che traspare dalle attività raccontate è quello di una consapevole e approfondita condivisione delle finalità associative: dare nuova vita agli oggetti raccolti significa anche spiegare la necessità di non sprecare, di rispettare la storia dell'oggetto e delle persone che ci stanno dietro e garantire anche una funzione sociale a chi l'oggetto lo regala, lo aggiusta, lo trasporta e lo riassegna a nuova vita.
Rosario descrive in maniera molto naturale il legame tra istituzioni, volontariato e attività del singolo. Lui si occupa del trasporto e mentre lo descrive specifica accuratamente che, essendo dipendente di un'altra società, garantisce anche le coperture assicurative, formali e legali delle attività di trasporto che hanno a che fare con le regole ambientali, le regole dello stoccaggio di materiali, potenzialmente anche nocivi, e della gestione accurata di rifiuti urbani. È pienamente consapevole, anche in questo caso, della funzione di raccordo che ricopre tra istituzioni regionali, comunali e di quartiere da un lato, e la comunità dall’altro, fatta di cittadini che donano e di cittadini che hanno ancora bisogno di quel materiale. Per questo riconosce con orgoglio a questo suo ruolo un grande valore e un significato importante all'interno del progetto complessivo. Si tratta a tutti gli effetti di un tema molto caro a chi si occupa di allineare esigenze organizzative e adesione individuale degli operatori, siano essi volontari o professionali, ruoli che – nel caso di Rosario – coincidono quasi perfettamente. Lo stesso vale per Andrea, restauratore tuttofare, molto attento all’organizzazione della rivendita e alla commerciabilità, ma soprattutto evidentemente sensibile alla funzione educativa che assume l’associazione, che si esplicita soprattutto quando le scuole gli affidano alcuni ragazzi in momenti rieducativi o in contesti formativi formalizzati, come i PCTO. In questi ambiti Andrea aggiunge senso al proprio contributo, seguendo i ragazzi coinvolti nell’apprendimento di piccoli mestieri.
TOPOGRAFIA DELLE COSE, GEOGRAFIA DELLO SCAMBIO30
Il Tric e Trac di Modena si colloca ai margini del centro urbano, presso l’isola ecologica, in una posizione liminale che ne fa un luogo di passaggio ma anche di incontro. Si raggiunge oltrepassando uno spazio incolto che è già di per sé una soglia e sembra appartenere a quell’area di confine tra l'ordine pianificato della città e una dimensione più naturale e spontanea che accomuna molte aree periferiche. Questa collocazione topografica, né all’interno né all’esterno della città – in una zona per così dire fluida – riflette la natura stessa del Tric e Trac: un mercato del riuso, ma soprattutto un crocevia sociale e simbolico, tra il materiale e l’immateriale.
Il Tric e Trac è luogo di arrivo e partenza degli oggetti qui accumulati in una stratificazione esuberante che non ha a che fare con una successione cronologica scandita, ma che resta fuori dal tempo: qui gli oggetti circolano, passano di mano in mano, conservano storie diverse.
Insieme agli oggetti, si muovono anche le persone che li donano al bazar o li acquistano: collezionisti e curiosi, immigrati, pensionati, studenti, lavoratori e venditori occasionali. Le persone portano cose diverse per disfarsene, per fare spazio, per aggiustarle, o per non buttarle e rimetterle in circolo nel bazar.
Il Tric e Trac è un luogo multiculturale in cui le differenze sociali, culturali sono poste in relazione attraverso lo scambio. L'oggetto donato, barattato, acquistato – spesso di poco valore materiale ma ricco di senso – diventa mediatore. Il Tric e Trac è uno spazio di confronto tra differenze. Nella sua disposizione informale, tra le scansie sovraffollate di merci esposte e classificate in base alla funzione, in qualche modo capovolge le gerarchie della città ordinata: è un centro temporaneo, dove l’economia informale dialoga con il bisogno, il ricordo, il desiderio, il passatempo, dove si va il sabato per incontrarsi o per donare il proprio tempo al servizio degli altri. Il Tric e Trac non è solo un contenitore: la disposizione irregolare dei banchi, la promiscuità tra merci, persone, dialetti, modelli culturali, definisce una vera e propria geografia dello scambio, non tanto economico, ma piuttosto uno scambio di culture, di storie, di gesti.
Al centro ci sono le cose: oggetti usati, dimenticati, ricollocati. Non si tratta di merci qualsiasi, ma di oggetti che portano addosso i segni del tempo, della vita vissuta, della provenienza e che – dal dono all’acquisto – attendono di essere risignificati. In questo passaggio – nel gesto concreto del prendere in mano, valutare, contrattare, cedere o trattenere – si gioca qualcosa che va oltre il semplice scambio materiale.
Nel Tric e Trac le cose non valgono solo per quanto costano, anzi valgono molto di più per ciò che fanno: mettono in moto relazioni. Rendono possibile l’incontro tra soggetti socialmente, economicamente, culturalmente distanti. È nell’atto stesso dello scambio – mediato da un oggetto, da un bisogno o da un desiderio – che si produce una forma di relazione che la città altrove non sempre permette.
Nel Tric e Trac gli oggetti anche se dimenticati non sono muti, passano di mano in mano, portando con sé storie, conoscenze e significati, tra valore d’uso, valore di scambio e significato simbolico. Attraverso la figura di un venditore di memorabilia, che colleziona e rivende ma anche dona, si apre una riflessione - ma in questa sede non è possibile condurla in porto, non senza coinvolgere gli attori primari - sulla materialità della memoria e sulla funzione del collezionismo come archivio privato e pubblico insieme.
INTRODUZIONE E CONTESTO BAR NEVADA31
Il Bar Nevada situato in Strada Vaciglio Centro 528, nel settore sud di Modena, si colloca in un’area di margine urbano caratterizzata dalla compresenza di edilizia popolare, piccoli esercizi commerciali e ampie fasce verdi32. Il quartiere, segnato dalla prossimità al Parco della Repubblica e ai percorsi ciclopedonali tracciati lungo il torrente Tiepido e la ex-tratta ferroviaria Modena–Vignola33, rappresenta un tipico paesaggio di transizione, dove il corpo compatto della città incontra la prima cintura periurbana34. Negli ultimi anni questo spazio ha conosciuto un progressivo cambiamento demografico: giovani nuclei familiari, pensionati, studenti fuori sede e nuovi residenti attratti dai progetti di housing sociale dell’area Morane–Vaciglio hanno reso la comunità territoriale sempre più eterogenea35.
In questo contesto, il Bar Nevada emerge come un presidio di socialità e un punto di riferimento stabile per la vita quotidiana del quartiere. Attivo da circa un decennio e gestito da Giuseppe Vecchioni insieme alla figlia Georgia, il locale coniuga la dimensione tradizionale del bar di prossimità con una marcata attenzione alla cultura, alla memoria e alla cittadinanza attiva. L’atmosfera informale dello spazio si intreccia infatti a un costante impegno nel favorire la partecipazione: serate musicali, mostre temporanee, reading, incontri letterari e momenti educativi contribuiscono a trasformare il Nevada in un crocevia di esperienze e narrazioni, dove la vita cittadina si rinnova attraverso pratiche culturali diffuse.
La gestione familiare del locale risponde a un obiettivo preciso: mantenere vivo un settore periferico della città favorendo legami, iniziative e processi partecipativi che coinvolgano residenti, scuole e associazioni. Il Nevada si propone come una piazza informale, un luogo accessibile e quotidiano in cui la conversazione diventa uno strumento di costruzione identitaria e comunitaria. La continuità negli anni dell’attività testimonia la sua capacità di adattarsi ai mutamenti sociali del quartiere, preservando nel tempo la funzione di aggregazione sociale ed intergenerazionale prima ancora che commerciale.
Le attività promosse rispecchiano questa vocazione polifunzionale. Il calendario comprende serate musicali, presentazioni di libri, esposizioni fotografiche e pittoriche, incontri di poesia, laboratori per bambini, tornei di carte e giochi da tavolo, fino a dibattiti pubblici dedicati a temi civili, storici e di memoria locale. La vicinanza con il Parco della Repubblica consente inoltre di ampliare la dimensione del bar nello spazio aperto, dove trovano posto reading, attività educative e piccoli spettacoli36. La presenza della rete ciclabile Vaciglio–Tiepido–Modena facilita infine l’accesso sostenibile al locale, attirando non solo i residenti ma anche passanti, ciclisti e utenti occasionali.
La configurazione dello spazio interno ed esterno contribuisce a definire il ruolo multifunzionale del Nevada. Il bancone e la sala interna rappresentano il cuore della socialità quotidiana, luogo di incontro e scambio verbale. Le pareti del locale diventano superfici espositive dedicate ad artisti locali, mentre il dehors ospita, soprattutto nelle serate estive, letture, piccoli concerti e momenti di aggregazione. Allargando lo sguardo oltre il perimetro del bar, il Parco della Repubblica assume il ruolo di estensione naturale delle attività culturali, mentre la rete ciclopedonale garantisce continuità e connessione con altri quartieri della città. La flessibilità degli ambienti consente dunque di alternare, senza soluzione di continuità, socialità quotidiana e iniziative culturali strutturate, generando una mappa relazionale fluida tra bar, spazio pubblico e contesto sociale.
La rete di soggetti coinvolti riflette la natura inclusiva del progetto. I gestori, Giuseppe e Georgia Vecchioni, costituiscono il nucleo propulsore delle attività culturali. Attorno a loro si muove un pubblico eterogeneo: clienti abituali, pensionati e residenti storici del quartiere; artisti, scrittori e studenti universitari; associazioni culturali e sociali; istituti scolastici del territorio coinvolti in laboratori e iniziative civiche; fino alle nuove famiglie insediate nell’housing sociale e ai cittadini di origine straniera che, nel tempo, hanno contribuito ad allargare la base partecipativa.
In questa prospettiva, il Bar Nevada può mostrarsi come un osservatorio privilegiato sui processi di costruzione comunitaria nella periferia urbana contemporanea. Uno spazio ibrido in cui quotidianità, cultura e memoria si intrecciano generando forme diffuse di Public History, radicate nei luoghi e nelle relazioni che li abitano: come si può constatare nelle due interviste che seguono37.
INTERVISTA A TIZIANA VERDE38
Tiziana Verde è insegnante alla scuola primaria e vive da circa trent’anni nella zona sud di Modena. Descrive il quartiere come un’area verde e tranquilla, con parchi collegati tra loro, vicinanza alla campagna e accesso pedonale al centro città. Pur riconoscendo episodi di degrado (furti, vandalismi), sostiene che l’area rimane una periferia “molto bella rispetto a periferie degradate”39.
Il quartiere come comunità: potenzialità e limiti
Il quartiere è vissuto soprattutto come zona residenziale da persone che lavorano altrove. Le realtà comunitarie esistono – la parrocchia con gli orti degli anziani, la polisportiva, il comitato del bosco, il bar Nevada – ma secondo Tiziana sono iniziative episodiche, rese possibili quasi solo dal volontariato. Per lei riqualificare le periferie significa “far incontrare di più le persone”, perché la presenza viva riduce anche il degrado.
Cultura come cittadinanza attiva
Tiziana parla di “sfacelo culturale”: una società che investe su consumi, estetica e intrattenimento, ma poco su cultura e partecipazione politica. Le attività culturali di quartiere – cura del bosco, sagre, letture collettive, cicli di incontri al bar – sono per lei azioni politiche concrete, non nel senso partitico, ma come costruzione del tessuto civile.
Scrittura e letteratura come pratiche di libertà
Tiziana è insegnante ma anche scrittrice: romanzi, poesie, racconti, articoli. Ha frequentato per anni un tempio zen e corsi di filosofia indiana. Dopo varie pubblicazioni, ha scelto la gratuità: “volevo far passare l’idea che la cultura è gratis”. Ha quindi creato blog e canali dove offre liberamente poesie e vorrebbe caricare anche i suoi romanzi.
Didattica: letture complesse per bambini
In classe legge ogni giorno mezz’ora testi che seleziona personalmente, evitando i libri istituzionali che ritiene “poveri”. Propone autori come Buzzati, Poe, Čechov, adattando il linguaggio senza banalizzarne la complessità narrativa. In seconda elementare avvia laboratori di poesia usando poeti contemporanei “per adulti”, convinta che l’esposizione a modelli alti faccia emergere profonde capacità nei bambini. Le poesie dei suoi alunni trattano spesso temi complessi – morte, vita, universo – che le famiglie spesso non immaginano.
La scrittura come accesso alla coscienza
Nei corsi di scrittura per adulti da lei organizzati, producono testi rivelatori della propria biografia. Una donna le ha raccontato per la prima volta un trauma legato ai desaparecidos argentini. Per Tiziana la scrittura è una pratica che libera forze interiori e crea legami profondi.
Trascendenza, umanità e ruolo del Bar Nevada
Tiziana collega queste esperienze a una nozione di “trascendenza” intesa come consapevolezza culturale e civile, non religiosa. Una società centrata solo su lavoro e consumo “non ci fa nascere umani una volta per tutte”: diventare umani richiede educazione, esempi e “buone pratiche”.
Il Bar Nevada è uno degli spazi dove queste pratiche possono radicarsi: letture, incontri, passeggiate letterarie nei parchi, collaborazioni con associazioni e scuole. Tutto questo contrasta l’idea di persone ridotte a “lavoratori e consumatori” e sostiene la crescita di una comunità viva anche in periferia.
INTERVISTA A SERGIO FRANCHINI40
Sergio Franchini, nato a Castelvetro e residente a Modena da circa quarant’anni, racconta una vita segnata da esperienze estreme, la cui costruzione identitaria è passata attraverso un vissuto personale e politico difficile. La sua formazione familiare avviene in un ambiente politicamente eterogeneo: il padre – ci riferisce – è di tendenza socialdemocratica-repubblicana, la madre cattolica-democristiana. Questo pluralismo domestico costituisce il terreno su cui si innesta una successiva elaborazione di sé segnata da scelte di contrapposizione e ribellione.
L’intervistato descrive il proprio passato con una lucidità che mescola ironia e amarezza: “Ho fatto una ventina d’anni in galera. Tutti errori giudiziari naturalmente… tutte balle!”41. La memoria della detenzione e delle difficoltà subite diventa per Sergio uno strumento di rivendicazione, un modo per dare senso alla propria vita e alle scelte compiute. Ricorda come, nonostante la durezza della detenzione, fosse riuscito a trovare spazi di autonomia e di crescita personale: “Appassionato di lettura, ho messo a posto due, tre biblioteche… distribuivo la spesa, facevo i conti, lavoravo sempre”.
Nella sua autopresentazione il testimone predilige una narrazione fortemente problematizzante dove le relazioni familiari e affettive sono contrassegnate da gravi separazioni e relazioni inconciliabili. La figura della figlia, e la scoperta tardiva della nipote, sono punti di riferimento emotivi dolorosi e momenti di riflessione sulla continuità generazionale: “Ho saputo che mia figlia aveva avuto una bimba… mai incontrata di persona”. Queste microstorie personali si intrecciano con la memoria collettiva della città e delle esperienze lavorative e politiche, creando una narrazione che lega il passato privato e quello pubblico.
Esperienze di ostracismo sociale
La dimensione lavorativa rappresenta per Sergio il primo campo di conflitto. Impiegato per dieci anni presso la Little Tractor, industria meccanica di Castelvetro, si trova immerso in un ambiente fortemente sindacalizzato e dominato da operai di sinistra. La sua mancata adesione al sindacato42 lo espone a dinamiche di isolamento e marginalizzazione che includono: l’esclusione dai rapporti sociali quotidiani (mensa, conversazioni, saluti); pressioni da parte dei colleghi e dei superiori al conformarsi; tentativi di relegarlo fuori dal contesto produttivo, pur garantendogli il salario, al fine di ridurre la tensione.
Queste esperienze vissute come ostracismo rafforzano in lui un atteggiamento di resistenza e di rivendicazione del diritto individuale a non aderire a qualsivoglia ideologia dominante. Occorre andare controcorrente qualunque sia il senso comune: “Proprio perché in una regione come la nostra…! Se io probabilmente nascevo nel tempo del fascismo sarei stato un anarchico, un socialista, un comunista”.
Percorso politico: la militanza
La militanza politica di Sergio si sviluppa come risposta a tale pressione sociale: è Sergio che racconta così il suo percorso; la sua piena adesione alla destra neofascista ha sicuramente varie concause. L’episodio fondativo è la sua iscrizione al Movimento Sociale Italiano (MSI), scelta compiuta in opposizione all’obbligo percepito di aderire al sindacato. Tale gesto segna l’inizio di un percorso di identificazione con la destra politica, che si consolida attraverso: la frequentazione di ambienti missini a Modena; la lettura di riviste come Il Borghese e l’ammirazione per autori come Giovannino Guareschi; l’assunzione di incarichi sindacali, fino a diventare segretario provinciale della Cisnal, sindacato legato al MSI.
La sua militanza si caratterizza per un forte senso di identità oppositiva, più che per adesione ideologica sistematica: Sergio si definisce “conservatore”, ma la sua scelta appare radicata soprattutto nella volontà di distinguersi e resistere all’omologazione.
Esperienza carceraria
Il percorso politico e le attività connesse lo conducono a numerosi arresti e a una lunga esperienza detentiva, stimata da Sergio in circa vent’anni complessivi. In carcere svolge diversi ruoli (contabile, bibliotecario, cuoco), dimostrando capacità di adattamento e di valorizzazione delle risorse culturali. La lettura e la scrittura diventano strumenti di sopravvivenza e di costruzione identitaria, confermando la sua inclinazione a trasformare l’isolamento in occasione di contro narrazione.
La dimensione culturale e memoria storica
Sergio manifesta un forte interesse per la letteratura politica e satirica, con particolare attenzione a figure come Curzio Malaparte, che rilegge anche in età avanzata. La sua narrazione è costantemente intrecciata con riferimenti alla memoria storica del fascismo e del dopoguerra, inclusi episodi di violenza politica nel cosiddetto “triangolo della morte”43 emiliano. La sua prospettiva è segnata da un tono ironico e provocatorio, ma anche da una profonda consapevolezza delle tensioni storiche che hanno attraversato la sua esistenza.
Il profilo di Sergio quindi si colloca all’incrocio tra biografia individuale e storia collettiva. La sua testimonianza di ostracismo sociale e di militanza politica evidenzia: la dialettica tra conformismo e resistenza in contesti fortemente ideologizzati; la costruzione di un’identità politica antagonista come risposta a pressioni sociali; la capacità di trasformare l’isolamento (lavorativo e carcerario) in opportunità di contro narrazione.
Sergio ci pare rappresenti una figura paradigmatica per lo studio delle dinamiche di marginalizzazione politica e sociale nell’Italia del secondo Novecento; ci restituisce una testimonianza preziosa intorno ai rapporti sociali che regolano la vita individuale, l’ideologia politica e la costruzione di una comunità locale nella emiliana.
Bar come presidio culturale e spazio civico condiviso
Il bar, infine, emerge come luogo di socialità, discussione politica e confronto quotidiano. Sergio descrive come la frequentazione di questi spazi sia diventata una costante della sua vita urbana: “Il bar è vicino a casa mia. E poi perché c'è un bravo barista. Non andiamo molto d'accordo anche perché parla sempre solo lui, non lascia parlare nessuno, come tutti i compagni.”. Il bar diventa così un presidio culturale, dove la comunità si incontra e si confronta, un microcosmo in cui si intrecciano relazioni civiche e scambi di memoria.
Attraverso il racconto di Sergio, emerge come la memoria non sia solo conservazione del passato, ma strumento di comprensione del presente e costruzione di una propria identità civica: ogni esperienza personale, dalle giornate in carcere agli incontri nei bar, contribuisce a delineare una mappa urbana e sociale che è al contempo individuale e collettiva.
Nonostante le tensioni e le differenze ideologiche, questi luoghi offrono stabilità e continuità: permettono di mantenere un legame con il quartiere e con la vita sociale, diventando una sorta di agorà contemporanea.
CONCLUSIONI SUL BAR NEVADA44
L’esperienza del Bar Nevada a Modena mette in luce come i luoghi della quotidianità possano svolgere un ruolo cruciale nella costruzione della memoria collettiva45 e nell’articolazione di identità personali e comunitarie. Attraverso testimonianze pur così disparate e tra loro dissonanti sul piano ideologico e culturale (cfr. Tiziana Verde e Sergio Franchini), si delineano percorsi di libertà, riscatto e appartenenza che intrecciano microstorie individuali con il tessuto sociale del quartiere. La narrazione di Franchini, ad esempio, mostra come il ricordo di esperienze difficili – dalla detenzione alla militanza politica – si trasforma in patrimonio di memoria collettiva, ideologicamente anche conflittuale, ma situata nei medesimi luoghi urbani:
“Quando stavano ristrutturando Santa Eufemia, siamo andati a vedere le nostre vecchie celle… ci confrontavamo su tutto, anche se gli argomenti erano sempre politici”46.
“Secondo me, se uno volesse rivalutare le periferie, dovrebbe far incontrare di più le persone, e le persone si incontrano ancora in questo modo. […] Tutte le operazioni che mirano a creare cultura sono sacrosante, perché sennò diventiamo solo dei lavoratori, dei consumatori, però non degli esseri umani.”47.
Il Bar Nevada si offre così come un luogo fertile di cultura, civismo, convivialità e conflitto politico che le interviste di storia orale permettono di indagare come fonte per la storia con la memoria. I gestori e la costanza della partecipazione dei clienti contribuiscono a creare un osservatorio privilegiato dei processi di cittadinanza culturale, in cui cultura, solidarietà e conoscenza reciproca si sostengono reciprocamente. L’esperienza quotidiana del bar diventa, in questo senso, laboratorio di democrazia culturale: un luogo dove la memoria non si limita a essere celebrativa, ma si fa strumento di inclusione, dialogo e resilienza collettiva.
Le microstorie che emergono dalle interviste restituiscono l’immagine di un quartiere vivo, capace di coniugare passato e presente attraverso spazi condivisi e pratiche culturali ordinarie. Così, il Bar Nevada si configura come un bene comune di prossimità, in cui il racconto personale diventa racconto collettivo, e dove il quotidiano, anche nelle sue dimensioni apparentemente più marginali, contribuisce a costruire la memoria della città e la consapevolezza della comunità locale.
PER UN ARCHIVIO DIGITALE E PARTECIPATO DEL PROGETTO48
Premessa per la progettazione dell’archivio digitale
In sede di progettazione dell’archivio digitale, la raccolta di memoria orale oggetto dei due laboratori qui presentati interpella alcuni criteri orientativi, relativamente a come si è inteso rappresentare, descrivere e organizzare le interviste e alla documentazione prodotta dal laboratorio. Come si è ricordato nelle premesse metodologiche, l’intervista orale è una fonte primaria a tutti gli effetti ed è compito dell’archivista è renderla accessibile, contestualizzata e leggibile. Il supporto di registrazione e la trascrizione, strumenti essenziali per l’analisi qualitativa del contenuto, determinano parte della natura del documento, mentre la dimensione partecipata dell’intervista introduce ulteriori complessità interpretative.
In questo quadro risulta particolarmente utile il Vademecum per il trattamento delle fonti orali (ICBSA – Direzione generale Archivi, 2022)49, che non ha valore prescrittivo ma offre orientamenti condivisi per la produzione, la gestione e la descrizione delle fonti orali. Il Vademecum ricorda che ogni raccolta genera inevitabilmente un archivio composto non solo dalle interviste ma anche dalla documentazione connessa che costituisce il vincolo archivistico, e invita quindi a integrare aspetti tecnici, giuridici, descrittivi e contestuali nella costruzione di un fondo coerente. Nell’economia progettuale, ciò comporta il riconoscimento del valore documentario dell’intero processo del laboratorio e non soltanto dei file audio intervista.
Accanto a questo strumento di orientamento, alcuni modelli sperimentati in ambito istituzionale forniscono riferimenti utili per definire l’impianto tecnico dell’archivio. La scheda per i Beni Demoetnoantropologici Immateriali dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, in particolare il Paragrafo DU dedicato al documento audio, propone un insieme di campi essenziali per garantire tracciabilità tecnica, identificazione, descrizione sintetica e corretta gestione giuridica del file sonoro50. Altri modelli, come le pratiche della Rete degli Archivi Sonori, mostrano invece come le campagne di raccolta possano essere strutturate secondo logiche archivistiche multilivello, valorizzando il contesto di produzione e le relazioni tra i documenti. L’esperienza dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico offre infine un esempio di integrazione tra descrizione archivistica, schede analitiche e pubblicazione digitale.
Questi riferimenti, nel loro insieme, suggeriscono l’opportunità di adottare un modello descrittivo ibrido attraverso la piattaforma digitale, che combini la logica archivistica del fondo con una selezione mirata di elementi catalografici utili alla leggibilità e alla fruizione delle interviste, mantenendo al tempo stesso la coerenza con la natura partecipata del laboratorio. In questa prospettiva, l’archivio non è pensato come un contenitore statico, ma come un dispositivo capace di restituire processi, relazioni e interpretazioni.
Un archivio di processo
In questo quadro, i riferimenti tecnici e metodologici richiamati nella premessa non sono un elemento esterno, ma la base concettuale che permette di comprendere come il presente progetto si collochi all’interno delle pratiche contemporanee di trattamento delle fonti orali in ambiente digitale. Per questa ragione, la riflessione sugli standard e sui modelli istituzionali si intreccia con la natura del lavoro svolto sul campo: l’archivio che ne deriva non è un contenitore costruito a posteriori, ma una componente viva del processo stesso. Ed è proprio da questo intreccio tra pratica e riflessione che prende forma l’idea di un “archivio di processo”, sviluppato parallelamente alla ricerca e modellato dalle pratiche collaborative del gruppo51.
Il lavoro di raccolta delle testimonianze orali realizzato al Tric e Trac e al Bar Nevada non si limita infatti alla produzione delle singole interviste, ma rappresenta un percorso più ampio fatto di incontri, osservazione partecipante, scelte metodologiche e momenti di confronto collettivo. Il gruppo di lavoro si è trovato presto di fronte all’esigenza e alla sfida di dare forma d’archivio a ciò che stava producendo, interpretando l’archivio non come un deposito finale, ma come estensione coerente dell’esperienza vissuta sul campo.
Per questo motivo la progettazione dell’archivio non è stata pensata come un’azione ex post, ma come parte integrante dell’attività. L’obiettivo non è soltanto conservare e reinterpretare in prospettiva storica, ma costruire un dispositivo capace di restituire relazioni, scelte e pratiche. Le interviste, i materiali preparatori, le note di ricerca, i video, le fotografie e perfino questo stesso testo di sintesi costituiscono un insieme omogeneo di documenti, che possiamo definire “testimoni muti”: è compito dell’archivio trasformare questa materia eterogenea in un racconto coerente del percorso svolto, rendendo leggibile l’esperienza che li ha generati.
La prima azione concreta verso la costruzione dell’archivio è stata la creazione di un repository comune (Drive), che consentisse di condividere materiali, discutere le scelte e seguire l’evoluzione del progetto52. Questo spazio, inizialmente non strutturato, è diventato fin da subito il luogo operativo del gruppo e il primo nucleo del futuro archivio.
L’archivio che ne deriva, contrariamente all’esperienza classica dell’archivista, non è un archivio trovato, ma un archivio progettato. Questa distinzione è decisiva per comprendere la natura dell’esperienza e per proporre un modello coerente con la didattica della Public History e con la pratica della storia orale. L’archivio non nasce come traccia residuale di una ricerca preesistente, ma come effetto di una scelta intenzionale: fare del lavoro di indagine, delle sue tracce e delle sue voci un patrimonio condiviso. In questo senso, si tratta a pieno titolo di un “archivio inventato”, nella definizione proposta da Federico Valacchi in “*Se l’archivio è artificiale*”: un archivio che prende forma da un atto di decisione e di responsabilità progettuale, inteso non come esito concluso, ma come parte del processo stesso, modellato dal modo in cui il gruppo opera e dalle relazioni che si attivano nel corso della ricerca53.
La natura completamente digitale del progetto rafforza ulteriormente questa condizione. Nessuno dei materiali preparatori o degli output del laboratorio è stato prodotto in forma analogica: questa “natività digitale” ha reso possibile condividere fin dall’inizio ogni documento, trasformando la costruzione dell’archivio in una pratica quotidiana. Il repository non ha funzionato come deposito finale, ma come ambiente di lavoro, uno spazio in cui produzione, revisione e confronto sono avvenuti in modo simultaneo, contribuendo a plasmare la ricerca mentre la ricerca generava la propria documentazione.
Seguendo ancora la prospettiva di Valacchi, la dimensione digitale conferisce all’archivio un carattere “artificiale” nel senso di intrinsecamente polisemico: un archivio aperto a interpretazioni diverse e continuamente aggiornabile. È questa apertura tecnica e concettuale che permette all’archivio di funzionare non solo come strumento di conservazione, ma come vero e proprio dispositivo narrativo e interpretativo del percorso compiuto.
Un elemento ulteriore riguarda il soggetto produttore. Non ci troviamo davanti a un’istituzione stabile, ma a un gruppo temporaneo che opera in un contesto formativo e che coinvolge attivamente gli intervistati. I documenti non preesistevano alla ricerca: sono nati nella relazione tra studenti del Master, luoghi e testimoni. Questo rende il vincolo archivistico particolarmente dinamico: il fondo si costituisce parallelamente allo sviluppo delle pratiche del progetto e si trasforma in base alle scelte collettive. Per questa ragione, una delle caratteristiche più riconoscibili di questo archivio è la scelta deliberata di non escludere nulla: conservare ogni materiale prodotto, anche quando non perfettamente definito o concluso. Una scelta che, pur distante dalla tradizionale logica selettiva dell’archivistica, risponde all’esigenza di restituire l’intera traccia dell’esperienza, valorizzando il carattere esplorativo e processuale che ha contraddistinto il laboratorio.
Un archivio partecipato
Seguendo la definizione proposta da Federico Valacchi, secondo cui “la sedimentazione partecipativa prevede la collaborazione di una pluralità di attori nella costruzione dell’archivio”, risulta evidente che nel nostro caso il soggetto produttore non può essere identificato con un’unica entità, ma con un insieme articolato di attori: gli studenti, il professore, i testimoni intervistati, le istituzioni coinvolte e i docenti e coordinatori del master54.
Questa prospettiva permette di comprendere più chiaramente la natura del progetto. L’archivio non è infatti il risultato di una sedimentazione spontanea conclusa nel tempo, ma l’esito di una partecipazione collettiva, costitutiva e continua. È parte integrante del percorso del laboratorio e, proprio per questo, non può essere considerato un archivio storicizzato o “chiuso”: i processi di uso e di creazione avvengono simultaneamente, influenzandosi e ridefinendosi reciprocamente.
Ci troviamo dunque davanti a un archivio in cui la dimensione generativa e quella documentaria coincidono. La produzione delle interviste, la loro analisi, la condivisione dei materiali e le pratiche di discussione del gruppo contribuiscono tutte, in modo non separabile, alla costruzione del fondo. Questa dimensione generativa implica inoltre che l’archivio mantenga una propria continuità nel tempo, poiché le pratiche partecipative che lo hanno prodotto possono proseguire anche dopo la conclusione formale del progetto, alimentando nuovi contenuti, interpretazioni e relazioni. Ne deriva un archivio dinamico, aperto e in continua trasformazione, che restituisce non solo i contenuti raccolti, ma anche le modalità con cui sono stati prodotti e le relazioni che hanno reso possibile la ricerca.
Proposta di architettura dell’archivio digitale
Alla luce della natura del progetto e della varietà del materiale prodotto, la costruzione dell’archivio digitale richiede un modello capace di accogliere, distinguere e collegare le diverse tipologie documentarie emerse durante il percorso. L’impianto proposto si articola su più livelli tra loro complementari, ciascuno con una funzione distinta ma concepito per dialogare con gli altri in modo continuo.
La scelta di una tripartizione risponde non solo a esigenze operative, ma anche a una precisa impostazione teorica: come ricorda Federico Valacchi, negli archivi “artificiali” o “inventati” la stratificazione è parte costitutiva del fondo, perché l’archivio non è un semplice deposito ma un dispositivo in cui contesto, documento e interpretazione convivono su piani diversi55. La distinzione tra livello archivistico, livello catalografico e livello partecipativo permette dunque di rispettare questa natura stratificata dell’archivio digitale, riconoscendo che produzione, descrizione e interpretazione generano forme diverse di organizzazione documentaria che non possono essere confinate in un’unica struttura lineare.
Il primo livello è quello più propriamente archivistico. In questo ambiente trovano posto tutti i materiali preparatori e derivati della ricerca: appunti di campo, note metodologiche, schede di selezione dei testimoni, fotografie, documentazione amministrativa, trascrizioni, sintesi ed elaborati prodotti dal gruppo. Per restituire in modo leggibile la natura processuale della ricerca, si propone una struttura articolata in quattro macro-serie che corrispondono alle fasi del lavoro: la progettazione della ricerca, la raccolta delle testimonianze, l’elaborazione dei materiali e la restituzione attraverso gli output narrativi e didattici. Ciascuna macro-serie accoglie materiali coerenti con la fase di riferimento, rendendo evidente la progressione del progetto e il contesto in cui ogni documento è stato generato.
All’interno di questa struttura, le due ambientazioni delle interviste (Tric e Trac e Bar Nevada) agiscono come sotto-serie trasversali che attraversano l’intero fondo, mantenendo visibile la duplice genealogia del lavoro sul campo. Le interviste diventano così nuclei attorno ai quali si aggregano appunti, fotografie, materiali preparatori e testi di analisi, rafforzando il vincolo archivistico e la comprensibilità dell’insieme.
A questo primo livello se ne affianca un secondo, orientato alla catalogazione e alla fruizione, secondo una logica più vicina alla digital library che all’archivio tradizionale. Le interviste sono considerate il cuore semantico del progetto e vengono descritte singolarmente, trasformandosi in nodi narrativi e tematici. In questa prospettiva, la scheda DU per i documenti audio elaborata dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione — già richiamata nelle premesse — offre un riferimento particolarmente utile: i suoi campi dedicati alla tracciabilità tecnica del file, al titolo convenzionale, alla durata, all’abstract narrativo e alle informazioni giuridiche costituiscono un nucleo minimo e solido per garantire che ogni intervista sia identificabile, leggibile e riutilizzabile nel tempo. Questi elementi, pur non adottati integralmente, risultano essenziali per conferire all’archivio la stabilità tecnica necessaria, senza appesantire il modello con un apparato descrittivo eccessivamente specialistico.
Questo secondo livello non si limita dunque alla conservazione dei file audio, ma offre una vera e propria interfaccia di navigazione: uno spazio di consultazione dinamico, nel quale i contenuti possono essere esplorati attraverso parole-chiave, temi ricorrenti, luoghi citati e collegamenti tra interviste. La funzione narrativa di questo livello consente di intrecciare le testimonianze, rendendo evidente la trama di relazioni che costituisce il senso stesso del progetto.
A questi due livelli se ne aggiunge un terzo, dedicato alla metadatazione partecipata, che rappresenta l’aspetto più innovativo dell’architettura proposta. In questo ambiente, la descrizione non è solo un’operazione tecnica, ma un processo interpretativo condiviso: studenti, docenti, intervistati e potenzialmente altri membri della comunità contribuiscono alla costruzione di metadati tematici, relazionali ed emozionali, attraverso sessioni di ascolto, discussione e analisi collettiva56. Questo terzo livello funziona come una sovrascrittura interpretativa che non sostituisce la descrizione archivistica o quella catalografica, ma le integra, arricchendo l’archivio di nuove letture e permettendo di far emergere connessioni non immediatamente visibili. Proprio questa “stratificazione partecipata” rappresenta una delle forme più evidenti attraverso cui un archivio inventato continua a vivere, trasformandosi nel tempo grazie alle pratiche interpretative della comunità che lo utilizza.
Conclusione: perché Lodovico Media Library57
La piattaforma consente di costruire schede descrittive ricche, personalizzabili, capaci di accogliere i metadati fondamentali delle interviste — identificazione, elementi tecnici, abstract, informazioni giuridiche — in continuità con i campi minimi della scheda DU dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione. Offre inoltre strumenti di indicizzazione, tagging, collegamenti tematici, percorsi di navigazione e visualizzazioni che permettono di esplorare i contenuti secondo logiche narrative, semantiche e spaziali: funzioni che rispondono esattamente alle esigenze di una digital library orientata alla fruizione pubblica.
Giusta questa prospettiva, Lodovico si rivela particolarmente adatta nella valorizzazione del secondo e terzo livello del modello proposto: la descrizione delle interviste come oggetti digitali singoli e la costruzione di percorsi interpretativi attraverso la metadatazione partecipata. La piattaforma diventa così uno spazio di accesso, lettura e rielaborazione, capace di ospitare sia la catalogazione essenziale sia l’arricchimento collaborativo dei contenuti.
Per queste ragioni, pur non offrendo un backend archivistico in senso tradizionale, Lodovico Media Library rappresenta una soluzione adeguata e coerente con la natura del progetto: una digital library che sostiene la fruizione, la narrazione e la partecipazione, elementi che costituiscono il cuore dell’archivio digitale che il laboratorio intende costruire.
ORAL E PUBLIC LA STORIA A CONTRAPPUNTO58
John Berger ha descritto con bella suggestione il bisogno di riconoscimento sociale che abita la soggettività degli uomini: «Ci sono cose, aspetti dell’esperienza umana, ancora relativamente inarticolati e che chiedono che sia data loro la voce di cui sono privi»59. Poi ci offre una pista di lavoro: «Per poter scrivere bisogna trovare le voci con cui parlare», ovvero trovare «la voce della storia»60.
Ecco il senso dell’operazione storio-grafica, per dirla con Michel de Certeau61, condotta in forma collettiva dagli studenti del Master 2025: uscire dalle stanze accademiche e camminare con la “lanterna magica” della storia orale incontro a questo bisogno insopprimibile di riconoscimento. Sono state scelte opportunamente due situazioni per vocazione aperte ai transiti di uomini e donne: un centro di riciclo e un bar di quartiere. La metodologia d’indagine è stata improntata dal titolo del corso di Master: “Oral e Public History, progetti nel paesaggio”; la sua conduzione è stato affare della classe, dalla divisione dei compiti sul campo alla rielaborazione dei testi. Il mantra che ha tenuto tutto ciò insieme è quello della “didattica co-autoriale”. Cui partecipano, confrontandosi e intrecciandosi “a contrappunto” la public e la oral history62. Sul piano enunciativo c’è la Storia, da intendersi quale paradigma interpretativo dei processi sociali; su quello narrativo ci sono le storie di vita situate nel quotidiano, le quali – riprendo qui la metafora da me appresa al Rione Sanità – hanno una apparenza “normale” mentre in verità sono “rivoluzionarie”. Per il motivo che cambiano la gerarchia delle rilevanze spazio-temporali.
In questo testo nato per ragioni didattiche si affrontano, dunque, le ragioni profonde della storia orale, quale storiografia finalmente soggettivata con le memorie, per porle nella prospettiva della ricezione “co-autoriale” propria della public history. Ciò che leggete è il frutto di un’esperienza, prima che di un bellissimo esperimento. Contiene un “messaggio in bottiglia”: il futuro non va cercato sulla linea dell’orizzonte, bensì affiora “nei” luoghi; compie il suo primo respiro nel comporsi delle relazioni situate; diventa “qui ed ora” memoria per ogni storia “possibile”.
Note
- A cura di Egidio Burnelli. ↩
- Il presente elaborato è frutto di un lavoro corale dei partecipanti alla Classe Master Public e Digital History 2025 Unimore, nel Corso di “Oral e Public History: progetti nel paesaggio”, tenuto dal Prof. Antonio Canovi. Ciascun membro della Classe ha fornito il proprio contributo in termini di elaborazione testuale, realizzazione e trascrizione delle interviste, analisi dei dati raccolti secondo metodologia condivisa. La rielaborazione finale del testo proposto è frutto della cura specifica di Egidio Burnelli, Elena Rodriguez, Dario Biagini, Evelin Alacca, Chiara Cosentino e Antonello Tovo, sotto la costante supervisione, consulenza e stimolo di Antonio Canovi. ↩
- Cfr. Thomas Cauvin, Public History A Textbook of Practice, Routledge, New York and London, 2016; Paolo Bertella Farnetti, Lorenzo Bertucelli, Alfonso Botti (a cura di), Public history. Discussioni e pratiche, Milano, Mimesis, 2017; Maurizio Ridolfi, Verso la public history. Fare e raccontare storia nel tempo presente, Pisa, Pacini editore, 2017; Paolo Bertella Farnetti, Cecilia Dau Novelli (a cura di), La storia liberata. Nuovi sentieri di ricerca, Milano, Mimesis, 2020; La public history tra scuola, università e territorio. Una introduzione operativa, a cura di Gianfranco Bandini, Paolo Bianchini, Francesca Borruso, Marta Brunelli, Stefano Oliviero, Firenze University Press, 2023. ↩
- In attesa della pubblicazione sulla piattaforma, l’accesso al drive è possibile su richiesta, inviando una mail a antonio.geostorico@gmail.com. ↩
- A cura di Egidio Burnelli e Simone Vitolo. ↩
- Cfr. Giovanni Contini, Alfredo Martini, Verba manent. L’uso delle fonti orali per la storia contemporanea, Carocci, Roma, 1993; 1993; Bruno Bonomo, Voci della memoria. L'uso delle fonti orali nella ricerca storica, Carocci, 2013; Alessandro Portelli, Storie orali. Racconto, immaginazione, dialogo, Donzelli, Roma, 2017; Buone pratiche per la storia orale: guida all’uso, Firenze, Editpress, 2021, a cura di Alessandro Casellato. ↩
- Antonio Canovi, “C’è una storia, che però non esiste ancora”. Declinazioni epistemologiche tra Public History e storia orale, in Public History, cit., pp. 175-187. ↩
- Il lavoro di trascrizione è stato redatto a più mani dagli stessi e dalle stesse partecipanti alla classe del Master, autori e autrici in forma collettiva e con pari responsabilità di questo contributo. Cfr. in argomento Francesca Di Meo, Roberta Garruccio e Francesca Socrate (a cura di), Scrivere (quasi) la stessa cosa. La trascrizione come atto interpretativo nella pratica della storia orale, Firenze, Editpress, 2022. ↩
- Simone Vitolo è uno degli studenti del master e autore di questo contributo. ↩
- A cura di Dario Biagini e Egidio Burnelli. ↩
- Comune di Modena (2024). Tric e Trac – laboratorio di riciclaggio e riuso creativo. Link: https://www.comune.modena.it/argomenti/sviluppo-sostenibile/tric-e-trac-laboratorio-di-riciclaggio-e-riuso-creativo-per-la-citta-sostenibile consultato il 17/11/2025. ↩
- A cura di Egidio Burnelli. ↩
- Ogni persona a cui ci si riferisce nella sezione del testo relativa al Tric e Trac è stata intervistata nel corso della ricerca collettiva condotta a Modena, presso il Tric e Trac, il giorno 31 maggio 2025, data a cui vanno riferite tutte le interviste citate. Le persone incontrate e intervistate sono distinte in 4 tipologie: collaboratori, volontari, donatori e acquirenti. In calce al saggio si trova la lista delle interviste svolte. ↩
- A cura di Elena Rodriguez. ↩
- Tric e Trac Modena. T-Riparo – Officina di comunità. Link: https://www.tricetracmodena.it/t-riparo consultato 17/11/2025. ↩
- Radiamo Web Radio (2025). Tric e Trac – il mercatino del riuso e del riciclo. Link: https://radiamo.it/2025/05/03/tric-e-trac-il-mercatino-del-riuso-e-del-riciclo consultato 17/11/2025. ↩
- A cura di Cecilia Cattini. ↩
- A cura di Evelin Alacca e Matilde Meucci. ↩
- Per realizzare tutte le interviste in entrambi i contesti (Tric e Trac e Bar Nevada) è stato utilizzato un unico modello di liberatoria, derivato dal Vademecum per il trattamento delle fonti orali predisposto dal gruppo di lavoro riunito presso l’Istituto Centrale per gli archivi; i moduli compilati e debitamente firmati sono depositati digitalmente nel Drive condiviso. I nomi puntati si riferiscono agli acquirenti che, nel contesto dell’intervista, hanno rilasciato una testimonianza al momento non accompagnata dalla liberatoria standard usata nel corso della ricerca. ↩
- Cfr. intervista a Manola Volpato: «(4:53) Tu non puoi dare a un africano una cosa sporca». ↩
- Cfr. intervista a Rosario Cavallaro. ↩
- Cfr. Intervista a Professore M. ↩
- A cura di Emiliano Riviera e Caterina Sarubbi. ↩
- A cura di Egidio Burnelli e Evelin Alacca. ↩
- Cfr. qui e di seguito Intervista a Sandra Mari. ↩
- L’istituto di istruzione superiore Fermo Corni è una scuola secondaria superiore di Modena, con un liceo scientifico e diversi indirizzi tecnici. ↩
- A cura di Egidio Burnelli. ↩
- Cfr. Intervista a Rosario Cavallaro. ↩
- A cura di Antonello Tovo. ↩
- A cura di Elena Rodriguez. ↩
- A cura di Dario Biagini e Egidio Burnelli. ↩
- Comune di Modena. Quartieri e servizi – Zona Sud (Vaciglio, Morane, San Damaso). www.comune.modena.it. Consultato il 3 nov. 2025. ↩
- Visit Modena. Parchi e percorsi ciclopedonali del sud cittadino. www.visitmodena.it. Consultato il 3 nov. 2025. ↩
- Comune di Modena. PUMS – Piano Urbano della Mobilità Sostenibile 2023–2030. www.comune.modena.it/pums. Consultato il 3 nov. 2025. ↩
- Istat. Censimento permanente della popolazione e delle abitazioni – Modena (2021). www.istat.it/censimenti. Consultato il 3 nov. 2025. ↩
- Per avere un’idea delle attività organizzate dal Bar Nevada si consiglia di consultare la loro pagina Facebook dove tali eventi vengono sponsorizzati. Link: https://www.facebook.com/people/BAR-NEVADA/100042610136130/ consultato il 17/11/2025. ↩
- Tutte le interviste citate in questo testo – nella sezione relativa al contesto del Bar Nevada – sono state realizzate il giorno 7 giugno 2025 a Modena, presso il Bar Nevada stesso. ↩
- A cura di Dario Biagini. ↩
- Cfr. qui e di seguito Intervista a Tiziana Verde. ↩
- A cura di Chiara Cosentino. ↩
- Cfr. qui e di seguito Intervista a Sergio Franchini. ↩
- Si fa riferimento al sindacato CGIL. ↩
- # “Triangolo della morte” è il termine, di origine giornalistica, con il quale si indicò il fenomeno della violenza politica perpetrata al termine della guerra di Liberazione nella pianura emiliana, con speciale riferimento alla provincia modenese. Si tratta di argomento storico estremamente divisivo nella memoria collettiva. Testo storico di sicuro riferimento per orientarsi nella vicenda storica: Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati e Boringhieri, Torino, 2006. Nel settembre 1990 vi fu una riaccensione della contesa memoriale tra le parti, questa volta con epicentro Reggio Emilia: cfr. nella storia orale il contributo Antonio Canovi, Fatti e non parole? Quando le fonti orali diventano prova giudiziaria (Reggio Emilia, dopo il 1990), in A. Casellato, Buone pratiche per la storia orale. Guida all'uso, Editpress, 2021. ↩
- A cura di Egidio Burnelli, Dario Biagini e Chiara Cosentino. ↩
- La memoria collettiva si genera e trasmette tramite cerchie di ascolto, le quali fondano sulla parola un’appartenenza memoriale e, insieme, un’appartenenza affettiva nel paesaggio. La materia continua a nutrire una vastissima letteratura: il primo studioso a incardinare il concetto fu Maurice Halbwachs, La memoria collettiva, Milano, Unicopli, 1987; testo prezioso per interpretare l’ermeneutica della memoria è Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina, Milano 2003. ↩
- Cfr. Intervista a Sergio Franchini. ↩
- Cfr. Intervista a Tiziana Verde. ↩
- A cura di Elisa Giovannetti e Caterina Sarubbi. ↩
- ICAR – Istituto Centrale per gli Archivi, Vademecum per il trattamento delle fonti orali, Roma 2020. ↩
- ICCD_Normativa BDI_versione 3.01_Struttura dati e norme di compilazione. ↩
- F. Valacchi, Se l’archivio è artificiale? Verso uno ius archivi partecipativo, in «Aidainformazioni», 1-2, 2023, pp. 153-167. ↩
- Il drive condiviso è attualmente condizionato all’accesso al pubblico. ↩
- F. Valacchi, Se l’archivio è artificiale? Verso uno ius archivi partecipativo, cit. ↩
- Ib. ↩
- Ib. ↩
- L’idea di una metadatazione come processo interpretativo multilivello trova un solido riferimento nelle riflessioni di Federico Valacchi. In questo quadro la metadatazione partecipata rappresenta una delle modalità attraverso cui gli archivi digitali contemporanei rendono visibile la pluralità dei punti di vista e la dimensione relazionale della descrizione. ↩
- Lodovico Media Library è una piattaforma digitale aperta e trasversale che riunisce in un'unica banca dati interoperabile il patrimonio manoscritto, documentario e fotografico digitalizzato di archivi e biblioteche del territorio modenese. Sviluppata dal Centro Interdipartimentale DHMoRe dell'Università di Modena e Reggio Emilia, nell'ambito di AGO Modena Fabbriche Culturali, con il sostegno del Comune di Modena, della Fondazione di Modena e dell'Università di Modena e Reggio Emilia, la piattaforma si configura come complemento del sistema MLOL e adotta uno standard di metadatazione condiviso per consentire la catalogazione integrata e l'interoperabilità tra collezioni eterogenee. Sito web: https://lodovico.medialibrary.it. ↩
- A cura di Antonio Canovi. ↩
- John Berger, Modi di vedere, a cura di Maria Nadotti, Bollati, Torino, 2004: cfr. p. 18 dell’Introduzione di Maria Nadotti, Dialogato con John Berger. ↩
- John Berger, Modi di vedere, cit. p. 16. ↩
- Michel de Certeau, L’écriture de l’histoire, Paris, Gallimard, 1975. ↩
- Cfr. Antonio Canovi, Oral e Public, la storia a contrappunto, in A memoria futura. Storie e paesaggi del Rione, Collettivo di storia orale “Casa Sanità”, a cura di Antonio Canovi, Hilde Merini, Daniele Valisena, Milano, Mimesis, 2024. ↩
- A cura di Elena Rodriguez. ↩
APPENDICE DOCUMENTARIA63
Fonti orali
| Contesto | Intervistato/a | Intervistatori/intervistatrici | Durata | Tipo |
|---|---|---|---|---|
| Tric e Trac | Agrippino Aloisi | Elisa Giovannetti, Caterina Sarubbi | 00:03:10 | audiointervista |
| Tric e Trac | Agrippino Aloisi con utenti | Elisa Giovannetti, Caterina Sarubbi | 00:08:37 | audiointervista |
| Tric e Trac | Eugenio Ronchelli | Elisa Giovannetti, Caterina Sarubbi | 00:20:21 | audiointervista |
| Tric e Trac | Paola G. | Elisa Giovannetti, Caterina Sarubbi | 00:03:48 | audiointervista |
| Tric e Trac | Sandra Mari | Evelin Ginetta Alacca, Cecilia Cattini, Matilde Meucci | 00:15:54 | audiointervista |
| Tric e Trac | Cittadino straniero | Cecilia Cattini, Emiliano Rivera | 00:01:54 | audiointervista |
| Tric e Trac | Giovanna Zani | Chiara Cosentino, Elena Rodriguez | 00:19:09 | audiointervista |
| Tric e Trac | Edoardo Giacomelli | Chiara Cosentino, Elena Rodriguez | 00:06:20 | audiointervista |
| Tric e Trac | Elia | Chiara Cosentino, Elena Rodriguez | 00:07:43 | audiointervista |
| Tric e Trac | Silvestro de Marino | Chiara Cosentino, Elena Rodriguez | 00:11:05 | audiointervista |
| Tric e Trac | Andrea Guidotti | Dario Biagini | 00:19:49 | audiointervista |
| Tric e Trac | Eugenio Ronchelli | Simone Vitolo | 00:04:18 | videointervista |
| Tric e Trac | Manola Volpato | Dario Biagini, Egidio Burnelli | 00:06:57 | audiointervista |
| Tric e Trac | Rosario Cavallaro | Dario Biagini, Egidio Burnelli, Simone Vitolo | 00:09:51 | videointervista |
| Tric e Trac | Leonarda Leonardi | Evelin Ginetta Alacca, Cecilia Cattini, Matilde Meucci | 00:42:53 | audiointervista |
| Tric e Trac | Professore M. | Evelin Ginetta Alacca, Cecilia Cattini, Matilde Meucci | 00:07:11 | audiointervista |
| Nevada | Artista | Egidio Burnelli, Simone Vitolo | 00:23:58 | audiointervista |
| Nevada | Tiziana Verde | Dario Biagini, Matilde Meucci | 01:03:28 | audiointervista |
| Nevada | Discussione sul bosco | Egidio Burnelli, Simone Vitolo | 00:29:09 | audiointervista |
| Nevada | Sergio Franchini | Chiara Cosentino, Elisa Giovannetti | 00:50:20 | audiointervista |
| Nevada | Georgia Vecchioni | Chiara Cosentino, Elisa Giovannetti | 00:15:45 | audiointervista |
| Nevada | Giuseppe Vecchioni | Chiara Cosentino, Elisa Giovannetti | 00:16:35 | audiointervista |